martedì 26 febbraio 2013

Infondo al mar...


C’è un posto nel mondo dove tutto smette di parlare, dove ogni suono perde ogni direzionalità e diventa obsoleto, dove il respiro si amplifica e il corpo diventa improvvisamente leggero. Non sono le montagne del Tibet, non è il centro della meditazione o dell’essere, ma è semplicemente il mare.
E dire che quando indossi per la prima volta la CBD (il giubbottino-salvagente) con la tank di ossigeno a 200 bar sulla schiena, a bordo piscina, tutto penseresti tranne che ti sentirai leggero. E quando per la prima volta metti la testa sott’acqua e il respiratore amplifica il tuo respiro e la maschera lentamente si incolla al tuo viso, schiacciandoti sempre di più il  naso, non penseresti mai che diventerà così naturale passare un’oretta sommerso in un liquido.
Il diving fin dalla sua prima e fondamentale regola è basato proprio su questo: non smettere mai e per nessuna ragione di respirare costantemente. Il perché è molto semplice: i polmoni sono sacche elastiche che reagiscono all’aumentare della pressione esterna rimpicciolendosi e al diminuire espandendosi. Il respiro costante serve, con altri piccoli accorgimenti, come per esempio il non ascendere più velocemente di 18m al minuto (l’esatta velocità della più lenta bolla d’aria espirata dalla tua bocca), a fare in modo di evitare la violenta espansione dei polmoni, che come tutti gli elastici soggetti a una dilatazione troppo forte e improvvisa, possono subire gravi danni.
Lo si capisce meglio nei piccoli esperimenti fisici che si fanno nella lezione di deep diving, nel corso avanzato. Il limite di immersione per il brevetto PADI di primo livello, open water, è 18m di profondità. Il corso avanzato ti porta fino a 30m, e per andare oltre, in teoria, ci vogliono lezioni specializzate che ti portano fino a 40m. 42m dovrebbe essere il limite per il recreational diving, oltre ci vogliono attrezzature specializzate e bombole in cui compare una certa percentuale di elio. 
Ecco l’esperimento. A 30 metri di profondità si porta una bottiglia vuota di plastica e la si schiaccia completamente per far fuoriuscire tutta l’aria, un po’ come prima di buttarla nel cestino della spazzatura. Salendo lentamente, la poca aria rimasta inizia a espandersi lentamente, fino a che, arrivati in superficie, le pareti della bottiglia sono così dilatate che sembrano essere sul punto di esplodere.
A 30 metri, infatti, la pressione è 3 volte quella in superficie. Nonostante gli effetti sul corpo in acqua si sentano relativamente, guardando il proprio barometro che monitora la situazione dell’aria residua, si può notare che i valori cambiano rapidamente: la stessa quantità che in superficie durerebbe 60 minuti, a trenta metri ne dura 20. Il fatto di respirare aria più concentrata porta a due rischi non indifferenti: la narcosi da ossigeno e l’intossicazione da nitrogen.
La percentuale di gas in una bombola di subacquea normale è 21% ossigeno e 79% Azoto.
Ad ogni immersione il corpo assorbe una quantità di Azoto che sotto certe quantità non è dannosa e viene smaltita dal corpo normalmente in poche ore. Quando però la quantità di nitrogen (questo è il nome inglese) inizia a diventare elevata, questa viene assorbita dai tessuti e al diminuire della pressione crea delle bolle pericolose nel circuito sanguigno che possono causare serie conseguenze. Da qui nasce la necessità di non fare troppe immersioni consecutive e di cercare di non superare una certa soglia di tempo chiamata no decompression limit. Per aiutare l’eliminazione del nitrogeno in eccesso si  consiglia alla fine di ogni immersione di effettuare, prima di terminare una immersione, una safety stop a 5 metri per 3 minuti.
Molto più divertente la narcosi da ossigeno che, come una droga, porta un certo stato di euforia e di spregio del pericolo. Molti divers si ritrovano così a togliere il proprio respiratore dalla propria bocca e cercare di infilarlo in quella dei pesci, ovviamente con scarsi risultati. Per quanto non sia dannosa in sé, non essere lucidi sott’acqua comporta molti rischi.
Il diving nonostante non sia considerato uno sport estremo, è un’attività da svolgere sempre con la testa e con il buddy-system, una specie di mantra ripetuto milioni e milioni di volte nel corso che significa semplicemente che bisogna sempre stare vicino al proprio compagno di immersione, in modo da avere sempre un aiuto a disposizione.
Ma per fortuna l’esperienza non si limita a un banco di scuola. Queste righe abbastanza pedanti sono state scritte per dare un’idea dei primi 2 giorni di training: video datati, lezioni teoriche e piscina, più attenti alla pratica che al divertimento.
Ma appena i tuoi piedi si immergono nell’oceano….

L’uomo è l’animale marino più strano in assoluto: produce continuamente una colonna fittissima di bolle, ha due pinne gigantesche solo sulla coda, un corpo sottile e due enormi occhi di vetro. Così dobbiamo apparire là sotto, suscitando a volte curiosità, a volte paura, a volte aggressività da parte dei normali inquilini, a cui ci dimentichiamo sempre di chiedere permesso. Ma al contrario di ciò che si pensa nella barriera corallina gli squali hanno paura dell’uomo, mentre i piccoli clownfish Nemo, invece, nonostante passino gran tempo a nascondersi dentro i coralli anemoni (da qui prendono la loro appartenenza agli Anemoni Fish) se si indispettiscono, diventano aggresivi e iniziano a tirare testate contro le maschere dei sub.
Anche i pesci pappagallo sono abbastanza ostici se uno entra nel loro territorio, ma a parte attaccarsi alla pinne, mordicchiando la loro plastica, non rappresentano una vera minaccia.
Il mondo marino è infondo un posto dove ognuno si fa un po’ i fatti propri, girovagando qua e là, sgranocchiando a volte qualche corallo per succhiarne l’alga che ne vive all’interno in simbiosi, oppure sdraiandosi comodi comodi come le tartarughe marine, aspettando che i piccoli pesciolini-spazzino, con un po’ di solletico, ti ripuliscano meglio dei fanghi o delle maschere di bellezza di una Spa. Se ci si avvicina lentamente e ci si lascia trattare, si può anche avere una perfetta manicure gratis!
Che belle le tartarughe marine! Animali così eleganti e pacifici, con il loro sguardo severo e il loro incedere lento di chi ha la saggezza di conoscere la longevità assoluta della propria vita. C’è chi racconta di averle cavalcate, aggrappate al loro guscio. Per le dimensioni di alcune sarebbe assolutamente fattibile, ma il problema è acchiapparle: l’uomo è di gran lunga troppo lento in acqua.
E poi perché affrettarsi?! Il modo migliore per vedere un sito, per godersi la vita, i colori, i milioni di avvenimenti che prendono luogo in quel silenzioso angolo di paradiso è fermarsi, congiungere le mani al petto e sbattere le pinne giusto per non finire orizzontali.
Così facendo se non altro si consumerà meno aria e l’aria lì sotto è uguale al tempo, e il tempo, mai come là sotto, è oro.
Il respiro governa ogni incedere. Dopo aver trovato la tua buoyancy (cioè il tuo equilibrio di galleggiamento, la cosa più difficile da imparare), infatti, se si vuole andare un po’ più in basso basta soltanto espirare più forte. Tutto sta nel trovare il giusto equilibrio, trovare il modo di essere il più vicino possibile, senza franare addosso alle montagne di coralli.
Nelle tantissime emozioni provate in quei 3 giorni di viaggio in barca la cosa più elettrizzante è stata sicuramente l’immersione notturna.
Nick de Gabriele (che altro nome poteva avere il mio istruttore!) aveva fatto spegnere tutte le luci della cabina e ci stava mostrando i piccoli stick di plastica fosforescenti che dovevamo legare alla nostra bombola per fare in modo di essere sempre visibili nell’oscurità. Noi sei, tutti alla prima immersione notturna, eravamo lì intenti ad ascoltare le istruzioni.

“Procederemo a coppie, io davanti aprirò la fila e vi farò da guida. Ora è assolutamente sicuro che vedremo degli squali. Mi raccomando state uniti. Di solito sono animali tranquilli, ma può accadere che inizino a diventare territoriali e allora potrebbero attaccare”. Ci guardammo tutti negli occhi, le palpebre dilatate dal brivido di paura.
“Gli squali di solito hanno paura del gruppo, ma attaccano i singoli. Cosa fare se qualcuno riceve un attacco da uno squalo? Prima di mordere loro ti colpiscono con le loro pinne di per cercare prima di allontanarti (“Che gentili, eh!”). Se qualcuno dovesse venrie attaccato da uno squalo lo faccia subito presente e sopravanzi la fila in modo da ritrovarsi in mezzo al gruppo”. La faccia di tutti da emozionata si era trasformata in quella tipica di “chi me l’ha fatto fare!”
“Ma gli squali, purtroppo, prendono di mira e se iniziano ad attaccare qualcuno, di solito, lo selezionano come target privilegiato. Quindi se venite attaccati per la seconda volta, ci metteremo tutti in formazione, creando un cerchio protettivo per il malcapitato. Se dovesse attaccare per la terza volta e la situazione si facesse così pericolosa, allora io accompagnerò subito, immediatamente, la persona in superficie. Chiaro?”
Gulp. Chiaro sì, ma in acqua, al buio, attaccato da uno squalo. Qualcuno rideva nervosamente cercando di allentare la tensione, qualcuno iniziava a divorarsi le unghie, io guardavo gli stick fluorescenti cercando nella mia mente di ripassare le contromosse che ci erano ancora state spiegate, pianificando un modo per non rimanere mai l’ultimo della fila.
“Ora, “concluse Nick “ mi sembra chiaro che quello che ho detto sono tutte balle!”

E in effetti, per quanto l’acqua fosse piena di squali attirati dai pesci che si erano radunati attorno alla luci della barca, siamo stati letteralmente snobbati. C’è da dire che gli squali grigi della barriera corallina, per quanto i più lunghi arrivino a 3 metri e per l’effetto ottico di ingrandimento in acqua assumono dimensioni considerevoli, sono solo i piccoli cuginetti dei grandi white sharks, assenti in queste acque troppo calde per loro. (Se li volete trovare dicono che La Manica ne sia piena, in quanto la temperatura per loro ideale è di 17 gradi. Qui eravamo in media a 29). Ma la prima volta che sei in acqua con un branco di squali affamato a pochi metri che rincorrono veloci come saette le loro prede, una famosissima musichetta di due note intervallate da un semitono ti fa correre i brividi lungo la schiena e ti sento tutto, fuorché al sicuro.

Impressioni della mente, come la lattina di Coca-Cola che perde il suo colore rosso, diventando blu scuro nella profondità del mare: i colori, infatti, spariscono progressivamente con l’aumentare della profondità, e il rosso ne è la prima vittima. Là sotto funziona all’incontrario: colore non è sinonimo di bellezza, ma di veleno e di pericolo, ed è una mera questione di sopravvivenza e non di estetica a fornire alla vita subacquea dei primi 30 metri la sua proverbiale bellezza.

FOTO: http://www.facebook.com/media/set/?set=a.313193598783484.50577.294967610606083&type=3

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