mercoledì 12 giugno 2013

Ma cosa ci fai a Bali?



Tra le sorprese che mi ha riservato questo viaggio c’è stata quella della decisione improvvisa di scappare dall’inverno di Perth per 3 settimane di completo relax a Bali. Il viaggio nella vicina Asia è quasi un must per gran parte dei ragazzi che visitano l’Australia, dove i soldi guadagnati in una settimana sono sufficienti per vivere un mesetto comodo comodo in Thailandia o Indonesia, con tanto di pranzi e cene al ristorante e camera privata.
Ora il problema, dopo una settimana di incredibili comforts che la vita da backpackers risparmioso fa presto dimenticare, è che il relax è tale che prendere in mano il computer per scrivere qualcosa di questa esperienza è veramente faticoso (probabilmente anche perché 4 lezioni di Yoga, tra verticali e sollevamenti acrobatici, si sono fatte abbastanza sentie…).
Davanti al tavolino di questo bar in Gili Trawangan, la più grande del piccolo arcipelago delle Gili islands, tra Bali e Lombok, regioni del mondo su cui molto spesso la geografia nostrana tace,  il cappello di nuvole dell’altissimo vulcano la cui cima Olimpica è spesso invisibile ha già coperto il giorno prima del tramonto e le strane barche indonesiane ancorate a pochi metri dalla spiaggia sembrano nella loro forma particolare ragni in bilico sulla loro ragnatela nel vento.
Bellissime immersioni tra decine di enormi tartarughe marine si nascondo infondo a questo pacifico vortice di correnti che impedisce di raggiungere a nuoto la più piccola Gili Meno, a poco più di due bracciate da qui, ma che come una dolce carezza sfiora la pinne a 18 metri di profondità tra pesci-scorpione, gigantesche aragoste, e le diversissime sfumature di colore e forme del migliaio di pesci che danzano tra i coralli.
Nella sottile linea che separa dalla pigrizia, piccoli e grandi piacere ed emozioni si confondono tra un materasso per lo Yoga, quello del lettino del centro massaggi e i cuscini del ristorante mentre una manciata di riso, uova e verdura grigliata fatica a trovare la via dello stomaco, per l’assenza dell’aiuto della forza di gravità, spaparanzati, come sul divano di casa, sui cuscini e le sdraio del ristorante.
E d’altra parte come non essere in pace dopo la cerimonia sacra nel tempio Indu, così familiarmente a base di aspersioni d’acqua sacra e incensi, il cui ricordo e la benedizione sono impresse nel piccolo gettone metallico appeso alla collanina che porto ora al collo?
Purtroppo bastano dieci minuti di passeggiata in una delle vie principali di Ubud a rovinare in gran parte il relax guadagnato con “tanta fatica”.
“Taxi?!, yes please!” “Food please, come!” “Taxi? Not today, tomorrow maybe?!” “Come in please!” “Scooter?!” “Yes Maybe”… la povera gente che lavora e/o gestisce le numerosissime botique e ristoranti è una continua monotonia di cicale in cerca di cibo, persistente e noiosa, come la voce del rabbino della moschea di Gilli island che per diverse volte al giorno innalza al cielo la sua preghiera stonata, fatta di lunghissime “aaaaaaaaa” e “oooooo” che è probabilmente la causa di tutte quelle nuvole che il cielo usa come tappi per le orecchie, lasciando alla terra la gioia di vibrare degli “Om” del silenzioso respiro degli Yoghis e del coro delle incessanti voci del coro di 100 uomini che accompagnano coi loro incessanti versi le secolari rappresentazioni teatrali del mito di Rama.
Lo so che certi commenti possono essere percepiti come una sfumatura di poco rispetto per diverse culture e religioni, ma le riporto così come il mio cervello occidentale, istruito da tre anni di studio di supposta “bella musica”, interpreta l’impulso elettrico dai padiglioni auricolari, e se le sue interpretazioni risultato a volte un poco ottuse, chiedo scusa a suo nome.
Un certo rigurgito di coscienza, però, sale più facilmente, almeno per me, quando si tratta di contrattare il prezzo di qualsiasi cosa si voglia comprare dalle botiques in Ubud.
Vere e proprie aste quelle ingaggiate tra compratore e commerciante, con spesso prezzi di partenza che partono da meno della metà del valore dell’oggetto da una parte e da il doppio dall’altra. E’ “il normale” gioco tira e molla tra chi ha bisogno di vendere in mezzo ad un mare di concorrenza e chi ha una amplissima scelta con un grande bonus di tempo, denaro e di possibilità per comprare ciò che più gli apre e piace. Basta una semplice mossa, un piccolo passo verso l’uscita, per ottenere sconti incredibili.
Certo una cosa che non ti aspetti è in questa pace e relax beccarti raffreddore, mal di gola, mal di stomaco, mal di pancia e via dicendo, probabilmente, però, a lungo incubate dal freddo e gelo patito durante le notti passate a dormire nel furgone e dalle scatolette di tonno da 90 cents di Coles che per quindici giorni di fila sono state il “delizioso” piatto unico lungo le strade della West Coast. O forse è solo il modo in cui il corpo lascia andare nella calma le diverse tensioni accumulate in un anno. Sicuramente, però, è il miglior modo per attenuare l’invidia di chi è a casa, lontano chilometri, nel sudore della crisi e dell’estate che spero nel frattempo abbia raggiunto, come normale in questo periodo, l’Europa.
Guardando Alina, mia compagna di viaggio per gran parte di questi 300 e passa giorni, penso a tutti quelli che a guardano ogni anno il catalogo delle diverse agenzie di viaggio e che sognano ad occhi aperti di essere sdraiati su una bellissima spiaggia di un’isola tropicale, con accanto un Mojito, la maschera e pinne e una bellissima ragazza.
Beh, certi sogni sono più realizzabili di quanto si pensi…

giovedì 6 giugno 2013

Abo(r)rigeni


Questo piccolo intervento manca appositamente di un approfondimento su un argomento complesso e si basa su conversazioni, telegiornali radiofonici e impressioni di viaggio.

Una esperienza comune che si fa attraversando tutto il nord (e anche il centro) dell’Australia, da Cairns a Broome, da Est a Ovest, passando per Darwin è quella del contatto con un disastro umano come la situazione degli aborigeni.
L’antico popolo che abitava indisturbato queste terre fino a non meno di due secoli fa, dalle caratteristiche fisonomiche miste tra i popoli dell’Africa per colore e alcuni lineamenti, tra Pigmei per la statura e altri tratti del viso,  e tra gli scheletri dei film horror per la magrezza e le gambe sottilissime, oggi è vittima di un contagio depressivo tremendo. La comunità aborigena (per quanto si tratti di numerose comunità con diverse lingue e dialetti si tende oggi, sia per l’estinzione o la scomparsa di molte di esse, sia per easy sake a parlare di un'unica comunità) è nel mondo quella che presenta, negli ultimi anni, la più alta percentuale di suicidi, superando i popoli scandinavi e i giapponesi.
Un popolo privato della propria terra e della propria identità, parassita in uno Stato totalmente assistenzialista che destina loro ogni anno milioni e milioni di dollari, come se i soldi fossero l’acqua santa per la pulizia della coscienza.
L’eccessivo assistenzialismo è, come conosciamo bene noi Italiani dalla Questione Meridionale dopo la conquista del Sud ad opera del Nord nel 1861, un’arma a doppio taglio.
Se da una parte permette di tenere a bada una intera popolazione e la propria coscienza, fornendo loro soldi per la scuola, per la sanità, per la crescita dei figli, una casa e via dicendo, dall’altra impigrisce il corpo e la mente, togliendo quella sana sete di rivalsa sociale e quella reale necessità di sostentamento che sono il motore di una riscossa popolare.
Eternamente ubriachi, seduti sotto gli alberi tutti i giorni per tutto il giorno, immobili come aeroporti di atterraggio per le mosche, magri e puzzolenti, passano la loro vita senza uno scopo, tenuti a debita distanza dai bianchi in cui ogni giorno  cresce il risentimento verso chi, pur prendendo i soldi dalle loro tasse, non fa nulla per cambiare la propria condizione.
Sembrano come quei vecchi che hanno deciso che va bene così, che la loro vita è stata abbastanza lunga e si lasciano piano piano morire in un letto, per quanto attorno abbiano figli e nipoti che allungano mani per farli rialzare. Almeno così li dipinge il telegiornale radiofonico della comunità aborigena nel WA.
A Cairns li puoi vedere lì, vagare o barcollare per le strade, oppure stare seduti in gruppo, con due stracci addosso e i piedi nudi, a fissare in silenzio i passanti, senza mai chiedere soldi, più spesso una sigaretta, con le mani appoggiate a terra all’indietro a sostegno della schiena e le gambe distese a carezzare l’erba dei giardini.
A Broome, nel centro città o nelle zone turistiche, se sembrano essercene di meno passeggiando in ChinaTown o Cable Beach durante il giorno, all’imbrunire e di notte, adesso che la stagione turistica non è ancora iniziata, sono gli unici a vagare per le strade.
Cinque bambini muovono le loro fragili ginocchia rincorrendo una bicicletta, figli di nessuno o forse di quelle madri che vedi camminare stancamente per le strade appoggiate sulla schiena a sostenere il seno pesante e la pancia.
Qualche volta tra un gruppo di giovani spunta una qualche barba bianca, e allora puoi vedere come l’età dell’uomo non cambiano la sostanziale noia di vivere e di essere che ha avvolto con una coperta di rassegnazione e pigrizia le loro anime. La speranza di vita per un aborigeno è attorno ai 50-55 anni tutt’oggi, vent’anni di meno di un australiano bianco.
Ci sono tante figure che si adoperano a livello sociale, o aborigeni che cercano un riscatto e si danno da fare, almeno per cercare di uscire da una apparenza di sfattezza totale.
A Broome, per esempio, vengono date agli aborigeni delle case dove possono abitare a patto che non le danneggino. Ubriachi fradici (nonostante i prezzi degli alcolici in Australia siano mediamente tripli op quadrupli rispetto all’Europa), tornano in quelle case e le sfasciano. Per ripararle ci sono delle agenzie che chiedono tantissimi soldi per i loro servizi (il WA e il NT sono le regioni più costose e con le più alte paghe d’Australia), e così una piccola signora che gestisce una bancarella del mercato si è presa l’incarico, assumendo un qualche backpackers per 30 dollari l’ora (immaginatevi quanto prendano le agenzie suddette), e va in giro per la città a riparare quelle case, in modo che questi uomini e le loro famiglie abbiano ancora una casa. Che poi dipende cosa si intende per famiglia.
Qui nel Kimberley alcuni aborigeni vengono usati come rangers nei vari parchi nazionali. A Bungle Bungle, da dove scrivo, ce n’è uno che dopo anni di galera ha ottenuto il lavoro. Ha 16 figli avuti da più di dieci mogli diverse di cui, come un Enrico VIII, si disfa a propria piacimento, qualcuna perché malata, qualcuna perché ne preferisce un’altra, e qualcun’altra per un diverso motivo ancora.
Questi bambini a piedi nudi rincorrevano le rane che uscivano dai gabinetti con due Ipad di ultima generazione tra le mani, in un claster tonale abbastanza stridente. Le opportunità di lavoro e di una vita benestante, quindi, ci sono davvero anche per loro. E’ che, come mi era stato detto a Rossgole quando per la prima volta ho affrontato l’argomento con un Australiano, molti non si vogliono conformare al modo di vivere dei bianchi, ma, al contempo, ne pretendono oramai alcuni privilegi come gli aiuti economici dal governo e i tanti servizi non a pagamento che a loro sono offerti.
Oggi si sta lavorando per cercare di rivalutare a livello nazionale la cultura aborigena, ma gli unici tentativi di valorizzazione fatti finora sembrano nascere più da un fattore di business che da un fattore “antropologico-sociale”, nel cercare di crearne una industria turistica che pur potendo essere utilizzata come fonte di entroiti per le comunità locali, sicuramente non è il metodo migliore per l’autostima e l’orgoglio della propria identità.

“Bisognerebbe, invece di dargli soldi, coinvolgerli in progetti, dargli un lavoro in modo che si possano riscattare, e questo è stato fatto” mi ha raccontato oggi un altro ranger bianco. “Dopo il problema che c’è stato negli anni ’50 e ’60, quelli che chiamano della stolen generation, in cui i bambini aborigeni venivano “strappati” dalle loro famiglie per farli andare a scuola e farli integrare nella società dei bianchi, il governo ha dovuto/voluto chiedere scusa e rimborsare a suon di milioni la comunità aborigena. Comunità aborigena che è ricchissima e ogni anno diventa sempre più ricca con tutti i soldi che sborsa il governo. Ma il problema è che a loro davvero non interessa integrarsi”.
“Qui nel Kimberley qualche anno fa c’era da iniziare un lavoro per la risistemazione del letto di un fiume” continua il ranger “un lavoro che sarebbe stato per una decina di anni almeno e anche ben pagato. Quando sono andato per propormi mi è stato fatto capire che praticamente avevo il colore della pelle sbagliato. Nel tentativo di dare delle motivazioni e un ruolo alle comunità aborigene locali, questo impiego era dato solo a loro. Si presentarono, presero le tute e tutti gli equipaggiamenti forniti dal governo e poi più della metà non si presentò più”.
“Che poi quello che più mi fa arrabbiare è che loro possono venire liberamente nelle nostre città, ma noi non possiamo entrare nelle loro comunità, dove loro hanno i loro negozi e le loro cose, totalmente allo sfascio. L’altro giorno ho avuto una discussione con l’altro ranger aborigeno che si lamentava per il fatto che non poteva cacciare nel Parco Nazionale, la sua terra. Io gli ho detto, se vuoi cacciare sulla tua terra fallo, ma usa l’arco e le frecce e la caccia tradizionale aborigena e non il fucile e le armi che ti sono state date dai bianchi!”

Concetto strano quello di “propria terra”, soprattutto per un popolo come quello aborigeno nella cui cultura manca un vero e proprio concetto di proprietà privata. Nell’antichità non ci si faceva tutti questi problemi. Cartaginesi, Romani, Barbari, Franchi, Sassoni, chiunque vinceva le battaglie aveva la terra e regnava su di essa. Se poi oggi giorno il mondo è diventato più politicaly correct, non può voler dire che chi perde la guerra  possa avere più privilegi di chi la vince.
E comunque osservando la situazione anche di altri esempi più contemporanei come gli Indiani d’America o i Curdi per gli aborigeni non è andata poi così male, ma è pur vero che in un mondo che accelera sempre più verso il futuro, in una nazione ambiziosa e sempre più casa di un nuovo melting pot, recuperare il proprio passato diventa ogni giorno sempre più difficile. Ma bisogna vedere quanto questo interessi.

domenica 2 giugno 2013

Poetica e Retorica (riflessioni per la bellezza del Cirque du Soleil)


Fu proprio mentre l’acrobata si fermò con i palmi delle mani aperte, in quel secondo sospeso nell’incredulità che precede lo scrosciare di applausi dalla platea che mi venne in mente l’Università e gli esami dati di Estetica, in particolare quello del corso di Poetica e Retorica.
La lacrima nata dalla commozione per la bellezza e la perfezione a cui avevo assistito mi carezzò un pensiero e improvvisamente la mia mente iniziò il suo turbinare filosofico, la sua costruzione di concetti, la volontà di gareggiare poeticamente con quel corpo così perfettamente gravitazionale, ma in un’altra dimensione geometrica.
La retorica. Non c’è niente altro che la filosofia o la letteratura possa usare per essere arte, perché essa non ha corpo, e ogni cosa per essere poetica ha bisogno di un corpo.  Anch’essa ha un iperbole, piedi, accenti e persino versi, può intrecciarsi in un chiasmo, può usare i fari di scena per mettere accenti semantici e prosastici, può usare i costumi  della metafora e dell’allegoria per creare i suoi sogni e illusioni.
Cos’è l’esperienza estetica?
C’è chi prova a rispondere con libri e libri di filosofie, ci sono pagine e pagine di racconti che provano a darne un’idea, persino a ricreare o a suscitare questa stessa esperienza.

E il naufragare è dolce in questo mare

Il mare di pensieri, costruzioni, chiacchere e distintivi.
Ci sono persone che invece guardano una coppia di funamboli volare nel vuoto di un tendone giallo-blu di un circo, uomini verdi volare sui tappeti elastici disegnando traiettorie senza leggi fisiche, contorsionisti in equilibrio nell’etere tracciare figure che per essere descritte i più evoluti calcoli matematici di oggi si devono ancora affidare a numeri irrazionali. Irrazionali come la punta di pazzia che ci vuole per volare a dieci metri lassù, irrazionali perché la mente spesso è portata a cercare un trucco inesistente per uscire da un cocente e improvviso scacco matto.
Al corpo appartiene la poetica, alla mente appartiene la retorica, e la mente è come un bambino che fa rumore, è uno scarso cantante che urla e fa mille vocalizzi per farsi notare, è uno scarso artigiano che ricopre d’oro un pezzo di rame, è un avaro invidioso, un egocentrico che non accetta di restare in secondo piano.
Si dice “i pensieri prendono corpo”, i pensieri sono fantasmi, sono come Lord Voldemort nei primi Harry Potter, spiriti alla ricerca di una struttura che li faccia muovere nello spazio.
Il corpo è invece un oceano calmo al tramonto, un leggero sussurro immobile e timido nel vento, un bambino che va preso per mano, è poesia, è azione ed essendo azione è vita.
I corpi comunicano con emozioni, le menti con i concetti. E siccome non c’è concetto che spieghi la meraviglia, nell’esperienza artistica sono i corpi che comunicano, sono i cuori che battono più veloci del battere della mani, sono le lacrime che scendono improvvise più veloci dei sipari, sono le bocche che si spalancano come fossero legate alle funi a cui gli artisti si aggrappano per volare.
Ma questa è già retorica, questa è già filosofia, queste sono parole che gareggiano con con le immagini che le hanno suscitate, sono parole in totale “complesso edipico”, che si gonfiano a vista d’occhio come la rana di Erodoto, esseri cocciuti che non ci stanno proprio ad arrendersi all’evidenza di non essere abbastanza per descrivere l’esperienza. Il corpo non ha bisogno di descrivere, il corpo vive. La mente è in platea, il corpo è sul palco della vita.  Ma questo è un altro trucco della gelosa retorica che punta anch’essa a meravigliare.
Non è dire “ti amo” che emoziona o “ti odio” che ferisce, ma sono gli occhi che lo dicono. Ma questo è ancora un altro trucco della retorica. Mannaggia è impossibile resistere alla tentazione di cercare di suscitare la meraviglia con le parole, perché è proprio suscitando meraviglia che le parole possono provare per via traversa (non tramite se stesse, ma tramite l’emozione) a rievocare l’esperienza.
Trucchi, trucchi, trucchi. Quei corpi non avevano trucchi, avevano tecniche, erano lì in quel momento come macchine perfette programmate da ore e ore di allenamenti e di fatiche e non avevano bisogno d’altro che essere ammirati. Come vorrei che queste lettere d’inchiostro virtuale fossero come quegli acrobati, come lo vorrebbe la mia mente.
La gioia del circo, dei suoi colori, delle sue musiche, della sua particolare atmosfera non dovrebbe probabilmente essere raccontata, perché è proprio fatta per fermare le parole, per spalancare le bocche e bloccare il respiro così da impedirne qualsiasi articolazione.
Potrebbe essere descritta da quel bambino di sette anni che dopo lo spettacolo si rotolava nel prato cercando di fare la verticale… o forse non andrebbe descritta affatto. Forse dovrebbe essere solo la meravigliosa magia di un momento, l’istante in cui l’intero universo sparisce dall’orizzonte e si concentra in un solo punto. Una overdose di emozioni, una sbronza che lascia il mal di testa la mattina dopo, una bellissima parentesi, una fuga momentanea dalla monotonia della realtà.
Se è vero che il corpo è poetico allora la poesia risponde alle leggi della vita che per quanto sia meravigliosa non dura per sempre, e che per durare non ha bisogno di per sé di un altro significato che del risplendere di se stessa. E’ come la luna. Una gigantesca sfera rocciosa sospesa in equilibrio gravitazionale migliaia di chilometri sopra le nostre teste. Il resto, per quanto sia bellissimo, è Retorica.

sabato 1 giugno 2013

Nomads on the West Coast


Pensate di noleggiare un furgoncino più vecchio di voi, con 375000 di chilometri sconosciuti d’avventura nel motore, non uno normale, ma un Wicked camper, di quelli che per citare un australiano incontrato per caso ad una pompa di benzina a Busselton “se ti danno quello giusto bene, se ti danno quello scassato hai la vacanza rovinata”, di quelli con il motore sotto il sedile passeggeri e una batteria piccola come una Duracel AAA, di quelli che, incredibile ma vero, quando piove, l’acqua gocciola dentro da dove il parabrezza si unisce alla carrozzeria.
Colorato d’azzurro e di verde, con un enorme scritta Elvis su un lato e la più provocatoria “Solitary is a game for people who like to play with themselves” sul retro, guidato dal troppo-tecnologico-per-essere-vero navigatore satellitare, in poco più di 15 giorni questa meraviglia della tecnologia ha aggiunto altri 4300 chilometri alla sua lunga marcia. Da Broome ad Albany, da Albany back to Perth, dal deserto di sterpaglie dell’outback alle foreste canadesi e alle vigne del sud, dagli squali balena di Exmouth alle Humpback whales della costa meridionale, passando per i delfini di Monkey Mia e in mezzo a tutto ciò il mistero delle pinnacles di roccia sulla collina di Nambung national park.
Quando percorri uno stato come il Western Australia che racchiude nei suoi due milioni e mezzo di chilometri quadrati la bellezza di 2 milioni di abitanti, di cui 1 milioni e mezzo nell’area della metropoli di Perth, quello che è da vivere è realmente la strada.
Rettilinei sconfinati in mezzo al nulla tra i paeselli di qualche migliaio di anime dispersi nel cielo come le stelle nel cielo di una notte in una grande città, spesso a più di 400 chilometri di distanza l’uno dall’altro, in cui come per magia, miraggio di salvezza, spunta qualche benzinaio con un piccolo e carissimo negozietto dove rifornire il perennemente boccheggiante serbatoio. Chilometri e chilometri di piena libertà, in solitaria, into the wild, con il sole che ti abbaglia al tramonto dritto in faccia, quando da Broome o da Karajini national park si punta a ovest verso la costa. Ma after a while i chilometri diventano metri, ciò che sembrava lontano non lo è poi più cosi così tanto, tre, quattro ore di guida infondo sembrano come dire dall’altra parte della strada, e non c’è niente che puoi fare se non arrenderti a quei 90 km/h che sei costretto a tenere per non consumare migliaia di litri di benzina.
Più spettacolare degli squali balena, credetemi, più emozionante di un lancio con il paracadute è dopo 3000 chilometri di meravigliosa sabbia rossa, oltre una collina, essere sopresi dai campi che improvvisamente verdeggiano al tramonto vicino alla spettacolare “Cornovaglia” di Kalbarri, rivedere spuntare palazzi e persone costeggiando il centro di Perth all’imbocco della Freeway, vetri, lamiere e mattoni che come in una metamorfosi ovidiana,  come d’incanto si crepano, e come statue imprigionate in blocchi di marmo si sgeometrizzano,  smatassando il vortice delle loro scale in diverse direzioni come rami giganteschi, tagliuzzando le tonnellate di scartoffie degli scaffali e delle scrivanie in origami di foglie, secondo la propria fantasia, che poi la pioggia colora d’autunno e di verde,  sciogliendo l’acquarello dell’ arcobaleno che a fatica si fa largo tra i diluvi invernali. Così nascono nelle retini di un viaggiatore i “Giant trees” tra Walpole e Denmark.
Dal costume da bagno al cappotto, dallo snorkel sul roseto di coralli di Coral bay, a meno di dieci metri dalla spiaggia, alla cioccolate calda sul porto di Albany, è davvero la strada quello che conta, anche di notte dormendo, come veri nomadi, ai suoi bordi, nel retro del van, nelle aree di sosta, a volte da soli, a volte insieme ai camper di altri viaggiatori, ascoltando l’incedere pesante dei lunghissimi road train che come il più famoso camion della Coca-Cola a Natale illuminano a giorno il buio pesto.
Solo loro sono sicuri in quel buio: guidare dopo il tramonto, infatti, è assolutamente sconsigliato e rischia di diventare davvero pericoloso perché è quando il sole va a dormire che tutta la fauna locale si diverte a gironzolare sui bordi dell’autostrada (e come autostrada qui si intende una strada non a pagamento, di una sola corsia spesso in doppia linea continua!).
“Cosa vuoi che sia! Ci sarà qualche capretta e ogni tanto qualche mucca tontolona che gironzola qua e là!”, così la prima sera, dopo aver percorso trecento chilometri in notturna in scia ad un Tir, senza poi tanti problemi.
La mattina dopo era la spianata di Maratona dopo la battaglia: ai bordi della strada carcasse e budella di canguri, wallaby, capre, pecore e mucche la cui testa, se decapitata totalmente dal corpo, finisce legata al cofano di qualche pazzo australiano, molto più fashion sicuramente del banale simbolino della Mercedes. Stormi di uccelli neri trovano regolarmente lungo le albe della First Highway una abbondante colazione, spazzini naturali di uno spettacolo a cui a volte è meglio assistere prima di fare colazione.
Colazione-pranzo e cena continua è quello che vengono a cercare i grandi squali balena ghiotti di plancton nella Ningaloo reef, la barriera corallina della costa ovest. La cosa incredibile (che è venuta in mente non a caso a un bambino) è che l’animale più grosso dell’oceano che può raggiungere in età adulta la lunghezza di 17 metri, si nutre della cosa più piccola dell’universo marino e la cosa non è molto furba perché chissà quanto dovrà mangiare per essere sazio!
Il very expensive day tour in barca che diverse compagnie organizzano per nuotare con questi enormi pescioloni sono veramente particolari. Mentre la barca galleggia lentamente, un aereo vola su nei cieli cercando di avvistare i whaleshark che risalgono verso la superficie per mangiare. Sulla barca tutti devono tenersi pronti e in posizione, pinne e maschere indossate. Arriva la comunicazione via radio. La barca accelera improvvisamente verso la direzione indicata. Un membro della crew, lo spotter, al segnale si butta in acqua e una volta avvistato lo squalo da il segnale. “GO, GO , GO!” La concitazione della cosa, fa salire l’adrenalina. Nuoterò con uno squalo gigantesco! La cosa sicuramente fa salire qualche brivido anche al più esperto lupo di mare.
Spesso non c’è neanche bisogno di andare verso lo squalo balena. Una bocca ovale gigantesca, appare dal blu come dal nulla, dritta nella sua direzione, verso di te. Aiuto! Qui si fa la fine di Pinocchio!
“Move! Move!”
 Bisogna essere veloci a nuotare fuori traiettoria, perché se è pur vero che l’animale non è assolutamente interessato alla carne umana e non ha la dentatura dei grandi squali bianchi, essere investito da 7 metri e mezzo di pesce sicuramente non è piacevole. Ma il problema è che spesso, a galla sulla superficie, non si vede lo squalo arrivare fino a che è a meno di 10 metri da te!
Ma niente paura: una volta che si nuota al loro fianco questi “gentle giant”, come vengono chiamati, si lasciano osservare pacificamente, continuando nella loro crociera-scorpacciata, fino a che non decidono di tornare silenziosamente nelle profondità del mare, lasciando agli occhi stupefatti dei turisti la loro immagine blu a pois bianchi sciogliersi nell’oscurità. Finché, infatti, si nuota di fianco o al di sopra, il whaleshark si sente al sicuro in quanto la pelle che ricopre il dorso è una delle più spesse del regno animale, e viene usata come scudo nei primi anni di vita contro i predatori. La pancia, invece, è molto delicata, ed è per questo che non è consentito il dive, ma solo lo snorkeling: nuotando al di sotto si rischia di essere scambiati per una minaccia piuttosto che per un tranquillo “compagno di viaggio”.
Per gli appassionati di delfini, invece, il posto ideale è Monkey Mia nella riserva naturale di Shark Bay, dove i locali hanno creato una vera e propria attrazione viziando cinque delfini femmina con una abbondante colazione di pesce ogni mattina e dando la possibilità anche ai turisti di imboccare questi animali sornioni, che sfilano per mezz’ora, lasciandosi ammirare compiaciuti e tirando fuori dall’acqua il loro tenero musetto (cosa puntualmente seguita da un “ooooh!” generale della platea), ma, una volta ottenuto il cibo, voltano il dorso e spariscono nel mare che quasi non si fa in tempo a vederli andare via.
Purtroppo la pioggia e lo scarseggiare dei giorni ci ha impedito il tour alcolico di degustazione dei vini nella contea di Albany e nella zona di Margaret River, dove diverse aziende vinicole sembrano, dai nomi tipicamente familiari, essere gestite da figli di migranti italiani.
Qui a Perth c’è un quartiere che si chiama Como e un altro Subiaco e di fianco al tremendo ostello in cui siamo capitati c’è Camilleri Street.
Bellissima città Perth, ma non ho tempo adesso di raccontare, stasera si va a vedere il famoso Cirque du Soleil, nelle sue ultime date australiane. Forse, chissà, magari riuscirò a scrivere qualcosa di più sull’aereo di Lunedì per Bali!